Quattro incontri nelle Fiandre

A fine settembre di quest’anno (2023) io e mia moglie abbiamo fatto una breve vacanza nelle Fiandre. La ricorderemo, sì, per la bellezza delle città visitate, per il traffico di biciclette miracolosamente privo di grandi pericoli, per il cibo non particolarmente buono e per la gentilezza della gente, ma ci hanno impressionato soprattutto la straordinaria mescolanza di culture, religioni, lingue e inflessioni e, infine, quattro inaspettati incontri.
Incontri che senza le storie, i ritratti e le memorie delle infermiere e dei marinai che ci accompagnano, non avrebbero avuto, forse, alcun significato.

1. Persa una coincidenza, trovata un’altra


Arrivati alla stazione Bruxelles-Zuid con la navetta aeroportuale da Charleroi,  io e mia moglie ci mettemmo alla ricerca della coincidenza raggiungere Anversa. Era appena partito un treno che ci avrebbe portato là in meno di un’ora, e quello successivo per Antwerpen-Centraal, da quel che ci segnalava il tabellone delle partenze, era stato soppresso. In preda all’affanno, trovammo sul tabellone settimanale un treno che ci avrebbe portato a destinazione prima di cena. C’era da aspettare quasi un’ora, fortunatamente al binario dove eravamo fermi. Ci girammo per cercare una panchina e ci trovammo di fronte a un ragazzo che sembrava essere anche lui alla ricerca di un treno.

Ci guardò sorridente e ci salutò: “Boa sorte.”

Boa sorte”, risposi. Al che lui sorrise ancora di più, chiedendomi: “Você fala português?

Não. Italiano…or English.”

In inglese mi spiegò che doveva andare alla stazione Antwerpen-Berchem e non trovava il treno giusto. In quel momento si avvicinò un ferroviere che confermò la soppressione del treno che sarebbe stato comodo per entrambi e ci disse di aspettare quello delle 19,56 che faceva tutte le fermate tra Bruxelles e Anversa.

A quel punto lo invitai ad aspettare con noi – e perché no? – fare il viaggio insieme.

“Voi viaggiate in prima classe?”

“No, in seconda.” dissi.

“ Ah, peccato, perché a me hanno mandato un biglietto di prima classe, vero?” chiese, mostrandomi il biglietto elettronico.

”Ma viaggerò con voi, così mi aiuterete a scendere alla stazione giusta.”

Poi mi chiese se la signora che era con me fosse mia moglie, cosa che io confermai, spiegandogli che stavamo andando a fare una breve vacanza. Lui mi disse di essere cittadino portoghese, di lavorare come falegname e che un suo amico angolano gli aveva procurato un contratto definitivo che iniziava all’indomani.

La mia mente si mise a collegare le informazioni ricevute dalle sue parole  e dal suo aspetto, ma mi mancava un tassello.

“Da dove vieni?” chiesi, da ex-migrante a migrante.

È una domanda, mi pare di capire, che oggi viene definita poco appropriata perché spesso viene fatta per confermare o meno un pregiudizio. Io, invece, non resisto: se ritengo che la risposta possa innescare un’umanissima discussione sulla storia famigliare, oppure sulla motivazione che spinge a muoversi in giro per il mondo, io la faccio a chiunque mi sembri, per lingua o per aspetto, diverso da me.  

“Vengo dal Mozambico.”

Mia moglie fece tanto d’occhi, come se avesse sentito l’accelerazione del mio battito cardiaco.

Cercando di restare compassato gli dissi: “In Mozambico ci sono stato molte volte da giovane: andavamo in vacanza a Lourenço Marques, ma a me piaceva di più andare a Xai-Xai o a Chonguene.”

A questo punto fu lui a sembrare agitato. Mettendosi  una mano sul cuore  mi disse: “Io sono nato a Xai-Xai e sto facendo costruire una casa per mia moglie e i miei due figli proprio a Chonguene.” Seguì una lunga, sorprendente e inaspettata conversazione sulle molte cose che ci legavano.

Lino, così era stato battezzato in memoria di un amico sudamericano di suo padre, aveva trascorso con i genitori quasi vent’anni in un sobborgo di Johannesburg (non molto lontano dal mio vecchio borgo) dove aveva frequentato una scuola professionale e imparato, oltre all’inglese, l’afrikaans. Disse di avere una certa facilità nell’apprendimento delle lingue straniere e sapeva che il fiammingo aveva molto in comune con l’afrikaans, per cui prevedeva di adattarsi velocemente al suo nuovo paese. Essendo cittadino portoghese gli sarebbe piaciuto lavorare anche in altri paesi europei fino all’età della pensione, per poi tornare definitivamente in Mozambico dove non aveva, per ora, alcuna prospettiva di lavoro ben remunerato.

Prima di salutarci ci  scambiammo i numeri di telefono,  e mia moglie ci fece la foto ricordo.


2. “Mi piacciono i colori che indossi…”

Due giorni dopo l’incontro fortuito e sorprendente con Lino, stavamo passeggiando alla ricerca del Vrijdagmarkt, la piazza del mercato del venerdì. Ad Anversa le biciclette ti sfrecciano accanto, nelle molte vie e piazze pedonali, a velocità spesso elevate: tocca a te, pedone, stare attento a non intralciare loro il passaggio, specie quando si tratta delle lunghissime cargo-bikes con cui vengono trasportati nel portapacchi anteriore, solitamente dotato di sponde, bambini (anche piccolissimi), merci varie o animali domestici.

Nel sentire un insistente scampanellio dietro di me, mi spostai, e vidi spuntare alla mia sinistra una di queste biciclette: prima la ruota anteriore, piccola, e poi il cassone porta-tutto. La bici andava piano, a passo d’uomo, e da dietro sentii una voce maschile dire, in inglese:

“ Mi piacciono i colori che indossi…”.

Ora, ad Anversa la comunità LGTBQ è onnipresente. Quella giovanile è, direi, elegantemente discreta. Quella più anziana è elegante ma non sempre discreta: per strada, nei musei e nei ristoranti, spesso ricevevo sguardi espliciti da parte di maschi canuti, quasi sempre in coppia. Questa, però, era la prima volta che qualcuno mi rivolgeva direttamente la parola, per cui mi preparai a ribattere in modo cortese e leggero. Poi mi ricordai di avere in testa un berretto sportivo, quello della nazionale di rugby sudafricana, che sul lato sinistro ha in rilievo un ricamo della bandiera multicolore del mio vecchio paese. Contemporaneamente, con un’altra parte del cervello, identificai l’accento del ciclista alle mie spalle: era indubbiamente un sudafricano!

Prima ancora di vederlo in faccia, io replicai : “E a me piace il tuo accento”, esagerando la mia vecchia parlata di Johannesburg.

Si affiancò ridendo e si fermò. Era un ragazzo sulla trentina, ben imbaccuccato contro la pioggerella fine e fredda.

“Da dove venite?” Ancora una volta, quella domanda galeotta.

“Dall’Italia.”

“Allora perché il berretto degli Springboks?”

“Perché sono cresciuto in Sudafrica, bru. A Joburg,“ risposi, sfoggiando il gergo giovanile dei bianchi sudafricani.

“Anch’io sono di Jozi, man!”. Il suo era un gergo aggiornato: la mia vecchia città non l’avevo mai chiamata Josi.

Ci scambiammo quattro parole veloci – stava andando al lavoro – ma il ragazzo fece in tempo a indicarci la direzione della piazza e si raccomandò:

“Sulla Vrijdagmarkt c’è l’ingresso del Museo Plantin-Moretus. Lasciate perdere la piazza, oggi c’è soltanto un mercatino delle pulci. Il museo, invece non dovete perdervelo!”.

Sfrecciò via senza nemmeno dirci il suo nome.


3. Visti da lontano

Potendo scegliere, avremmo voluto evitare di visitare Ghent e Brugge nel fine settimana, ma il venerdì che avevamo riservato all’escursione a Ghent prometteva un meteo umido e freddo. Spostammo perciò l’escursione a Ghent al sabato, in autobus. Al bus terminal, in  testa alla fila per lo stesso bus (Anversa-Parigi) c’era una coppia di turisti non più giovani, con bagagli poderosi. Erano a qualche metro da noi e parlottavano tra loro sottovoce. Prima di salire sul mezzo dovettero sistemare il bagaglio nel vano inferiore e persero la loro posizione nella fila. Stavamo per salire quando l’addetto al controllo biglietti li fece passare prima di noi. Nel passarci davanti il signore si girò per scusarsi.

Sorry,” disse. Non replicai, perché fissavo lo stemma degli Springboks sulla sua tee-shirt. Poi lo guardai, ma lui stava fissando lo Springbok sul mio berretto. Dopo questo mutuo “riconoscimento”, mi strizzò l’occhio e salì.

Dopo un’ora di autostrada e di panorami noiosi, arrivammo alla fermata di Ghent, dove c’era parecchia gente che aspettava di salire per proseguire per Lille e poi Parigi.

Scendemmo e scese anche la coppia di turisti. Lui ci salutò: “South Africans?” Ebbi appena il tempo di dire “No…” che si fiondarono su di noi tre giovani, due ragazze e un ragazzo, che urlavano “South Africa, South Africa! We spotted you when you were getting off!” (Sud Africa, Sud Africa! Vi abbiamo riconosciuti mentre scendevate!). In Afrikaans si rivolsero alla coppia che disse loro da dove venivano e dove andavano e poi ci guardarono  con faccia interrogativa, aspettando che anche noi ci presentassimo.

“ Il mio Afrikaans è molto arruginito”, dissi in inglese, “e mio moglie parla soltanto l’italiano.”

“OK”, rispose la più scalmanata del trio, “allora parliamo in inglese!”.

L’autobus faceva una sosta di soli cinque minuti, durante i quali ci fu una raffica di domande, risate ed abbracci. Il trio erano amici e colleghi, emigrati da Pretoria separatamente, e riuniti a  Ghent, dove lavoravano in uno dei due pub irlandesi. Stavano andando a Parigi per assistere alla partita di rugby tra l’Irlanda e il Sud Africa. La coppia disse loro che avrebbero passato tre giorni in città e che sarebbero sicuramente andati nel loro pub a mangiare cena. Con noi i ragazzi ebbero appena il tempo di scambiare qualche parola su Pretoria (la loro città d’origine), che avevamo visitato nel 2018. Poi si imbarcarono e andarono a vedere una bellissima partita in cui il Sud Africa dovette cedere ai fortissimi irlandesi 8-13.  


4. Ma allora ci vogliamo proprio bene

All’andata, da Torino-Caselle a Brussels-Charleroi avevamo i posti 16B e 16C. Avevo prenotato quella sistemazione su richiesta di mia moglie. Come ricorda Paolo Conte, “le donne a volte…..vogliono fare la pipì “: dai posti sul corridoio si può, se necessario, raggiungere la toilette senza far alzare nessuno. Appena seduti, dopo avere sistemato i bagagli nella “cappelliera”, si presentò un giovane con la testa rasata, altissimo e magro, il quale, indicando il posto 16A, fece una smorfia che noi traducemmo “Scusate, ma dovrei sedermi.” Ci alzammo, lui si accomodò a fatica (Ryanair concede poco spazio per le gambe), allacciò la cintura di sicurezza e subito si addormentò, ancor prima del decollo.

“Perché hai prenotato un posto accanto all’oblò, se poi non ti godo lo spettacolo?” gli chiesi mentalmente.

Si risvegliò soltanto pochi minuti prima dell’atterraggio, giusto in tempo per gustarsi lo scossone dell’impatto delle ruote sulla pista, il rombo dell’inversione motore e la frenata. Al “liberi tutti” trasmesso dagli altoparlanti, ci alzammo tutti a prendere il bagaglio per poi dovere aspettare – lo si sa benissimo – una decina di minuti nel corridoio intasato prima di poter scendere. Lo spilungone, no, invece. Restò seraficamente ad aspettare, trafficando con il cellulare.

Al ritorno sette giorni dopo, fermi nella fila d’imbarco, mia moglie notò lo stesso giovane, molto più avanti di noi, quasi in “pole position”. A me non sembrava la stessa persone: gli erano cresciuti i capelli ? La fila si mosse, scese le scale e venne nuovamente fermata sul bordo della pista, in attesa che l’equipaggio di terra terminasse le proprie operazioni. Il nostro ex-vicino di fila si girò verso di noi, ma non sembrava che ci avesse riconosciuto. Salimmo le scaletta e ci avvicinammo alla nostra fila, la 15, dove avevamo prenotato i posti B e C, per la ragione che già sapete.

“Grande fu la nostra sorpresa” nel vedere che al posto 15A era già seduto il giovanotto che ci aveva accompagnato all’andata. Era proprio lui. Nel vederci, sembrò sorpresissimo, e per la prima volta sentimmo la sua voce.

 “Ma allora noi ci vogliamo proprio bene!”.

“Sì,” risposi. “Dobbiamo smetterla di vederci così: il paese e piccolo, la gente mormora!”

Fece una bella risata. Poi si interessò al decollo. Mi misi a leggere una rivista che avevo preso in albergo e mi addormentai io, questa volta.

Mi svegliai per il trambusto che faceva la coppia di assistenti di volo nel prendere gli ordini per lo spuntino. In un inglese impeccabile, il nostro vicino stava ordinando un panino ed una bevanda. La stewardess gli elencò i diversi panini disponibili, gli passò la bevanda, dicendo che il panini (sic) che aveva scelto  lo avrebbe portato subito.

A questo punto individuai il tema di una possibile chiaccherata.

“Per essere un italiano, il tuo inglese è impeccabile”, gli dissi in un inglese, ehm, impeccabile.

Lui si mise a ridere e mi spiegò l’arcano: lavorava da una decina d’anni a Torino per una ditta britannica, e in questi dieci anni aveva imparato l’italiano e “lucidato” il suo inglese, una lingua che, essendo lui belga, di Bruxelles, già parlava piuttosto bene.

Gli raccontai degli altri incontri, fortuiti e sorpendenti – per via del, avuti nella breve vacanza ad Anversa. e del

“Questo nostro incontro” commentò lui, “stessi voli, stessa fila, stessi posti, è statisticamente sorprendente: one in a million, uno su un milione.”

Ci scambiammo opinioni sulla cucina belga e sulla notevole presenza di immigrati ad Anversa e dintorni (che aiutava a vivacizzare la scena culinaria della città…) gli illustrai velocemente il mio passato da figlio di migrante. Infine non perdemmo l’occasione di criticare il livello appena accettabile dell’inglese usato dal personale dell’aereo.

Ripetemmo la procedura di sbarco, con noi fermi nell’corridoio e lui ancora seduto a leggere o mandare messaggi col cellulare.

Non ci scambiammo i nostri nomi, ma ci salutammo con l’arrivederci fiammingo/afrikaans :”Tot ziens!”

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